Nonostante sia tramontato nel suo significato tradizionale, il concetto di fabbrica, la sua presenza, la sua attualità continua a essere al centro della discussione del Paese come sinonimo di produttività, come motore principale della nostra identità imprenditoriale. È vero, infatti, che sembra lontanissimo il Novecento come secolo della grande industria, eppure non così distante appare la sua eredità che continua a interrogarci. Da tempo ormai la narrativa industriale non è più lo spazio del semplice documento, né il teatro delle contrapposizioni ideologiche tipiche degli anni della ricostruzione. Oggi gli scrittori avvertono piuttosto la necessità di raccontare una metamorfosi: quella che ha trasformato la fabbrica da icona sociale e architettonica in un paradigma mutevole, non più circoscritto ai capannoni dai tetti a sega, esteso a corridoi direzionali, multinazionali, spazi ibridi in cui convivono precarietà, nuove professionalità, crisi manageriali e forme inedite di fatica. È una stagione che ha prodotto romanzi, reportage, film, opere teatrali e artistiche capaci di leggere nelle pieghe del lavoro non solo cambiamenti economici, ma soprattutto mutamenti antropologici.

Ed è proprio questo bisogno di interpretazione che rende necessario un festival come quello di Parma. Siamo entrati in una stagione in cui l’Occidente, anche se immerso nella fase della post industrializzazione, vive una sorta di nostalgia inconsapevole.