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25 GENNAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 7:36

La globalizzazione, per anni raccontata come una storia di efficienza, abbattimento dei costi e vantaggi competitivi, ha prodotto in Occidente un esito meno celebrabile: la progressiva contrazione del manifatturiero e l’erosione della classe media industriale. Negli Stati Uniti la delocalizzazione non ha solo spostato le fabbriche, ma ha smantellato un ecosistema fatto di competenze, salari dignitosi e mobilità sociale, lasciando dietro di sé territori impoveriti e un senso diffuso di declino.

Non sorprende che, da Ross Perot in poi, quasi ogni candidato presidenziale abbia promesso di riportare la produzione “a casa”. Donald Trump ha fatto di questa promessa un pilastro ideologico del progetto Make America Great Again, presentando il ritorno della manifattura come una questione identitaria prima ancora che economica. Eppure, nel settore dell’abbigliamento — uno dei più simbolici — la realtà smentisce la retorica. Dal 1979 l’industria tessile americana ha perso oltre l’80% dei posti di lavoro. Il riflesso politico è stato quello di cercare un capro espiatorio, dagli immigrati ai partner commerciali, ma il problema è più profondo: la trasformazione dell’abbigliamento in una commodity globale.