Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 7:00
Il 2026 è iniziato con l’ennesimo colpo sferrato alla globalizzazione, ormai agonizzante nella scacchiera geopolitica. Non è la prima volta che il sogno di un pianeta interconnesso fallisce. Dalle reti commerciali dell’Impero romano e della Via della Seta, sostenute dalla stabilità politica e dall’innovazione nei trasporti, alla prima globalizzazione moderna tra il 1870 e il 1914, resa possibile dal vapore, dal telegrafo e dal gold standard, ognuno di questi tentativi è fallito. I motivi? Choc esogeni: epidemie come la Peste Nera, conflitti come le due Guerre Mondiali, o crolli finanziari come quello del 1929.
Ancora più importante per la nostra analisi è quello che si è verificato dopo questi fallimenti e cioè la repentina inversione di tendenza verso tendenze “deglobalizzanti” come il protezionismo, la frammentazione geopolitica, il ripiegamento nazionale, l’imperialismo. Ogni volta la lezione è stata la stessa: l’interdipendenza globale è un equilibrio fragilissimo, dipendente dalla cooperazione politica e vulnerabile alle crisi sistemiche.
Oggi, si parla di “slowbalization” o “glocalizzazione”. All’interno di questo fenomeno assistiamo al ritorno di una geopolitica delle sfere d’influenza il cui obiettivo è l’accaparramento delle risorse strategiche del pianeta. Due modelli distinti – e profondamente diversi – si stanno confrontando. Il primo è quello americano, esplicitamente muscolare e fondato sul controllo diretto delle risorse; il secondo quello cinese, infrastrutturale e basato sull’interdipendenza economica. Al centro di quest’ultimo si erge la Belt and Road Initiative (BRI), la “Nuova Via della Seta”, che rappresenta la spina dorsale della strategia globale di Pechino.






