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Ultimo aggiornamento: 7:15
Negli ultimi anni la parola deglobalizzazione è diventata una scorciatoia narrativa tanto comoda quanto pericolosa: l’idea che il mondo stia tornando indietro verso economie chiuse e catene produttive domestiche. Ma, a guardare bene, questa lettura è fuorviante: non stiamo assistendo alla fine della globalizzazione, bensì a una sua ricomposizione, ossia un riassetto delle interdipendenze, guidato soprattutto dalla distribuzione globalizzata delle catene del valore (Global Value Chains, GVC) e dall’impossibilità economica, tecnica e politica di riportarle principalmente dentro i confini nazionali.
Se la deglobalizzazione fosse un processo reale e strutturale, vedremmo almeno tre segnali robusti e persistenti: contrazione durevole del commercio internazionale, non solo rallentamenti ciclici; ritiro stabile degli investimenti transfrontalieri in attività produttive (non solo riallocazioni); accorciamento generalizzato delle filiere, con sostituzione domestica degli input e riduzione delle reti fornitrici.
Certo, è ancora presto per questo, ma intanto i dati e le analisi convenzionali più recenti raccontano altro: il commercio globale mostra capacità di resistenza e di adattamento rispetto ai terremoti politici in atto. Questo non significa che le multinazionali e i relativi investimenti non stiano subendo conseguenze, ma la reazione non è la “chiusura”, ovvero il “ritiro”, bensì una riorganizzazione e diversificazione delle filiere su larga scala.






