Raccontava Antonio Pennacchi che Mammut era stato pensato nel periodo in cui lavorava alla Fulgorcavi, in provincia di Latina. Trascorreva le notti in fabbrica a studiare, mentre i colleghi di reparto lo sostituivano durante i turni, e solo dopo averlo terminato salì a bordo della sua Fiat 127 gialla e partì, con moglie e figli, alla volta di Milano. Bussò alle porte di tutti gli editori nella disarmante aspettativa di trovare ascolto e nel 1994, proprio mentre si laureava alla Sapienza con una tesi su Benedetto Croce, realizzò il sogno di diventare scrittore senza smettere di essere operaio. I due traguardi – il libro e la laurea – avevano viaggiato di pari passo per giungere in contemporanea al traguardo ed erano il segno di una sua, personalissima vittoria nei confronti della condizione sociale a cui appartenevano sia il personaggio che il suo autore. Pennacchi conosceva talmente dal di dentro la realtà industriale da permettersi il lusso di sagomare sulla sua vita quella del suo personaggio, il sindacalista Benassa, inventandosi una specie di autobiografia in terza persona dove ogni cosa accade grazie a un curioso processo di specchiamento e di somiglianze.

In effetti, era inimmaginabile che potesse cominciare l’avventura di scrittore partendo da tutt’altro argomento perché Mammut è esattamente il sovrapporsi di Pennacchi a Benassa in nome di una professione che li fa essere dalla stessa parte, cittadini di una comune patria dove sventola la gloriosa bandiera delle tute blu, entrambi illusi e disillusi, convinti fino alla morte che sul loro destino avrebbe continuato a splendere il sole dell’avvenire e poi caduti nel disincanto che nulla di quanto era nelle loro aspettative si sarebbe avverato. Ecco perché la parabola della narrativa operaia trova compimento in questo libro che è sia la confessione impietosa di una sconfitta, sia l’annuncio di una civiltà al capolinea, quella operaia, che ha creduto ciecamente nella coscienza di classe – espressione quanto mai accreditata nel linguaggio di un Novecento immarcescibile – e ha lottato strenuamente per raggiungerla, costruendo bullone dopo bullone la grande impalcatura su cui la storia avrebbe dovuto sancire il trionfo delle tute blu, salvo poi accorgersi che non sarebbe stato possibile.