«Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio. «Niente» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso…».
Comincia così la crisi di identità di Vitangelo Moscarda, detto Gengè, protagonista del capolavoro di Pirandello “Uno, nessuno e centomila” uscito sotto forma di opera a puntate nella rivista La Fiera Letteraria, e in volume nel 1926. Per l’autore, un "romanzo testamentario".
Abbiamo chiesto a Massimo Ammaniti, 84 anni, neuropsichiatra e Professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza, quanto ci vede ancora di attuale.
Pirandello anticipa molti temi della psicanalisi (la frammentazione dell’io, la scoperta delle maschere, la follia come fuga): le sue intuizioni restano valide?
«Anche più di allora. Oggi molti vivono in modo egosintonico, ossia senza interrogarsi rispetto a sé stessi, senza il terzo occhio, quello che permette di riconoscere i propri limiti e le proprie difficoltà. Avere una percezione diretta, senza dubbi, di sé e del proprio corpo è un fenomeno molto diffuso».







