La velocità è tutto. E Roberto Vannacci, da ex generale (baby-pensionato), lo sa. La rapidità è cruciale nei teatri bellici come nella battaglia politica, ancor più in un ecosistema mediale fondato sull’accelerazione e la disintermediazione. E di lui si sta parlando tanto proprio perché, in questi giorni, ha occupato la “casamatta” mediatica e si colloca al crocevia dei flussi delle notizie, tra una convention pensata in tutto e per tutto come un evento mediale e le comparsate tv da mattatore (senza, naturalmente, dimenticare i social sui quali impazza, adottando strategie simili a quella della fu “Bestia” di salviniana memoria). Vannacci avanza a passo politicamente spedito e si lancia nella mischia – da parà cultore del Blitzkrieg – perché è appunto veloce (la Folgore, nomen omen), e la sua celerità risulta nettamente superiore a quella del resto della destra. Specie a quella del suo ex partito, la Lega, che ha palesemente usato come un omnibus – come dicevano i primi scienziati politici di inizio Novecento con riferimento all’opportunismo e al trasformismo – per farsi trasportare dove voleva. Lui è più rapido perché si ritrova nel pieno della bolla comunicativa e della curiosità generale, e le sue vele sono gonfiate dal vento del nuovismo: il suo partito personale rappresenta l’offerta politica più recente arrivata sul mercato elettorale, un atout che conta parecchio per vari settori dell’opinione pubblica. E incarna l’ultimissima versione in circolazione dell’uomo forte e dell’imprenditore politico della paura. Così, infatti, pesca militanti e simpatizzanti “futuristi” ovviamente a destra, ma anche, in un certo senso, “a manca”, tra elettori antisistema delusi da tutti i populismi precedenti, rossobruni ed ex grillini. Vannacci corre spedito anche perché viaggia leggero, non avendo responsabilità di governo o compatibilità da rispettare. Mentre la Lega va a scartamento ridotto (come vari treni, a proposito del ministro dei Trasporti...): Salvini è ampiamente nel pallone e, nondimeno, Zaia e i governatori non rompono mai gli indugi per contendergli la leadership; il partito federato sul modello bavarese costituirebbe la soluzione più adatta per loro, ma non compiono mai il passo decisivo e restano sempre nelle retrovie. Per parafrasare il noto slogan ideologico-programmatico, la premier finora si era sempre ispirata alla linea del “pas d’ennemi à droite”, finendo per ritrovarsi con una sfida aperta, e una spina appuntita, sul fianco destro, che ne ripercorre con precisione millimetrica le orme di quando era all’opposizione del governo Draghi in “splendida solitudine”. Allora si ritrovò a solcare delle praterie, mentre adesso, persa l’aura di invincibilità, non sa bene come prendere le misure dell’incursore “della Decima”, che ha lungamente ignorato e messo da pochissimo nel mirino per sbarrare la (potenziale) perdita di consensi a suo favore. La politica è, spesso, una questione di psicologia (come sostiene il filosofo Daniel Innerarity). Per l’elettorato di destra-destra, quindi, Vannacci si rivela coerente con la sua retorica al tempo stesso superomistica e vittimistica (la «sporca dozzina», «siamo la feccia e i figli di nessuno»), e con il suo gusto per la provocazione e il politicamente scorrettissimo. E nell’epoca della comunicazione immediata appare vincente (come a Otto e mezzo). Tuttavia, il suo assedio all’esecutivo Meloni non è affatto detto che faciliti la vittoria della sinistra, come qualcuno pensa. E, soprattutto, il Generalissimo sta già inquinando ulteriormente il discorso pubblico, normalizzando idee vetero e neofasciste e sdoganando o importandone altre dal radicalismo populsovranista internazionale (come quella di “remigrazione”).