Circola una tesi, sostenuta anche da persone di indubbia cultura politica, secondo la quale Vannacci non sarebbe altro che una Meloni più naive, prima cioè che gli anni di governo le insegnassero l’arte della ipocrisia e la costringessero a mimetizzare le sue vere pulsioni. Per battere le idee di Vannacci, ne consegue, bisogna battere Meloni.Dunque tanto peggio tanto meglio, come si diceva un tempo: più Vannacci cresce e più il centrodestra ha probabilità di perdere le prossime elezioni.

Questo ragionamento comporta però il rischio di accettare nel nostro sistema politico il virus di una xenofobia dai toni razzistici, di un’anacronistica omofobia e di una nuova e pericolosa misoginia. Sdoganando livelli di estremismo mai visti prima in Italia. L’esatto opposto di ciò che dovrebbe volere la sinistra, e in generale tutti i democratici.

Stupisce quindi che la tesi abbia un così forte seguito nell’opposizione. Ricorda un po’ le teorie sul social-fascismo che, impedendo l’unità di tutte le forze democratiche, consegnarono di fatto il Paese alle camicie nere. Naturalmente la storia non si ripete mai, se non come farsa. Però certe volte fa rima. E Vannacci ci sarebbe stato benissimo in una centuria di «arditi» alla Marcia su Roma. Sperare di fermarlo annettendogli anche la destra moderata, invece di spingerla a separarsene, sembra tragicamente infantile. Ma, oltre che rischioso, quel ragionamento è fallace. Sui due punti politici cruciali dell’agenda politica, infatti, il governo di Giorgia Meloni ha tenuto per quattro anni posizioni molto diverse, e spesso opposte a quelle del generale. Ha difeso l’Ucraina; con maggiore o minore intensità a seconda delle bizze di Trump, è vero, ma non ha mai smesso di aiutarla e di condannare la guerra di aggressione russa (applicando così il dettato costituzionale: l’Italia infatti, come si sa, «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli»).Né Meloni ha avviato alcuna politica di «remigrazione». Si è seduta invece al tavolo dell’Europa, cercando di stringere alleanze per proteggere i confini esterni e ridurre i flussi di clandestini. Naturalmente questa politica può piacere o no, può essere considerata troppo rigida (o troppo lassista); ma non è neanche lontanamente la deportazione di massa di immigrati e perfino di cittadini di origine straniera «non assimilati» che vuole la destra tedesca, e nemmeno dei semplici «clandestini», come dice Vannacci. Basterebbe il vero e proprio odio che ormai Trump sembra nutrire nei confronti della nostra premier, per apprezzare il divario che si è aperto tra le due destre.Se però la tesi per cui «questa o quello per me pari sono» non è fondata, ne discende una conseguenza anche per Giorgia Meloni. Soprattutto ora, che ha indicato al suo elettorato l’obiettivo di scegliere il prossimo inquilino del Quirinale, non può pensare di includere il generale in una maggioranza presidenziale. E non solo per ragioni scaramantiche, visto che i voti dell’estrema destra hanno portato di solito male ai capi di Stato (sia la presidenza Leone sia quella Segni si conclusero in tragedia). Ma anche perché Vannacci, per quanto possa un giorno annacquare le sue posizioni pur di conquistare un po’ di potere (e state sicuri che lo farà) resterà comunque un pericolo per la Repubblica nella prossima legislatura da almeno due punti di vista.Il primo è la stabilità politica. Quella che il governo Meloni ha assicurato per quattro anni derivava infatti proprio dal fatto di non avere nemici a destra; o di poterli neutralizzare, quando ci ha provato Salvini. Mettersi in casa, dentro la coalizione, uno come Vannacci, sarebbe invece garanzia di turbolenza parlamentare, di ricatti e di crisi. Sta già accadendo con la legge elettorale. Nemmeno quella studiata apposta per consegnare una maggioranza sicura al centrodestra è oggi più a prova di bomba. Anche in caso di «campo largo» a destra, cioè facendo un accordo col generale, un eventuale governo di Giorgia Meloni ne sarebbe costantemente ostaggio. Il premio previsto dalla riforma porta infatti la maggioranza poco oltre il 55% dei seggi. Basterebbe un 5% a Vannacci per diventare l’ago della bilancia del sistema. «Meglio perdere che perdersi», è la frase attribuita al sottosegretario Fazzolari dai retroscena dei giornali. Meglio ancora sarebbe considerare l’introduzione del ballottaggio, per utilizzare il meccanismo del «voto utile» al secondo turno e fare così a meno del generale; ma il centrodestra sembra averne un sacro e immotivato terrore.Il secondo pericolo rappresentato da Vannacci dentro una coalizione vincente consisterebbe nell’aprire la porta di Palazzo Chigi a una quinta colonna filo-russa. E se invece, al contrario, il generale facesse perdere il centrodestra, tanto meglio per Mosca: il trio Conte-Bettini-Fratoianni deve apparire a Putin decisamente meno arcigno di quello finora composto da Meloni, Tajani e Crosetto. Tanto più la collocazione internazionale dell’Italia sarebbe compromessa nel caso di un capo dello Stato eletto con l’ipoteca dei voti del generale. E non solo quella.In questi decenni di Seconda Repubblica, il Quirinale ha progressivamente modificato il suo ruolo nella costituzione materiale del Paese. Come scrivono Gaetano Quagliariello e Lorenzo Castellani in una storia del dopoguerra intitolata Il Principe e la Repubblica, la fragilità del regime parlamentare e la radicalizzazione dei partiti hanno via via spostato nella Presidenza il baricentro moderatore del sistema e risolutore delle crisi. Un nuovo «Principe», dunque, nell’accezione di Machiavelli (e Gramsci). Il centrodestra è certamente legittimato, se avrà i numeri e la capacità di fare alleanze, a scegliere il prossimo Capo dello Stato. Ma non può sfuggire a questa legge, che vuole al Quirinale un catalizzatore della legittimità della Repubblica. Non un suo eversore.