Nella stagione in cui pullula l’altra metà dell’avanguardia non si è pensato, finora, di riconsiderare una figura singolarissima come Suzanne Roger, che sconta storicamente una doppia esclusione: da un lato per il motivo di genere, dall’altro in quanto parte di un consesso dimenticato, la seconda generazione degli artisti-Kahnweiler, coloro, cioè, su cui puntò, fra le due guerre, l’ispirato mercante di Picasso per rinnovare la sua proposta dopo il celebre tracollo delle aste di Stato da Drouot, che gli avevano alienato, in quanto nemico tedesco, il nutrito fondo di opere cubiste.

Suzanne era intima di Juan Gris e Max Jacob, che le fecero conoscere D.-H. Kahnweiler, nel 1923. Presa immediatamente sotto contratto in quella che era diventata la Galerie Simon (dal nome del socio di Kahnweiler), lo stesso anno fu beneficiaria, lì, della sua prima mostra, e dell’incarico di illustrare il «racconto bretone» di Jacob La Couronne de Vulcain. Nata a Parigi nel 1899, Suzanne Roger aveva 24 anni: è il momento in cui si sta trasformando, secondo la formula del suo critico di riferimento, Georges Limbour, «in una sorta di Fernand Léger al femminile»

1921, il viaggio in Italia

Suzanne Roger, “Les Tueurs verts” (Gli assassini verdi), particolare