L’impressione che si ha visitando la mostra di Koyo Kouoh ai Giardini, nel Padiglione centrale, è di trovarsi in un’accuratissima selva, ricca di opere etniche e decoloniali, che reclamano diritti di presenza e di testimonianza. Ma quasi all’inizio del percorso, a lato di questi lavori imponenti anche quando piccoli, spunta all’improvviso uno spazio dedicato a Duchamp, con foto di vecchi allestimenti dei suoi lavori, gigantografie di ready-made dismessi e una sontuosa boîte-en-valise. La didascalia che le descrive è illuminante del sistema Biennale. In sintonia con In Minor Keys, che è il tema della mostra, la legenda presenta la valigia duchampiana come un museo in miniatura, un modello che riproduce in scala minore lo scrupolo, tipico di ogni curatela, necessario a scegliere i pezzi e ad assemblarli. A un livello superiore, però, la valigia, secondo la legenda, è una forma di critica alle istituzioni: rivela la natura sia spettacolare, di finzione e messinscena, sia politica del dispositivo espositivo, il suo essere una macchina di inquadramento, di giudizio, di potere. Alcune opere portano a galla tale sistema; altre, come Étant donnés: 1. La chute d’eau, 2. Le gaz d’éclairage (1946-1966), vi entrano dentro e lo perturbano.
Biennale arte, un sismografo sensibile in nome di Duchamp | il manifesto
Biennale arte (Cultura) L’impressione che si ha visitando la mostra di Koyo Kouoh ai Giardini, nel Padiglione centrale, è di trovarsi in un’accuratissima selva, ricca di opere etniche e decoloniali, che reclamano diritti di presenza e di testimonianza. Ma quasi all’inizio del percorso, a lato di questi lavori imponenti anche quando piccoli, spunta all’improvviso uno spazio dedicato a








