Altari, dedicati nel Padiglione Centrale a Issa Samb (1945–2017) e Beverly Buchanan (1940–2015), per privilegiare la forza generativa dell’arte anziché la sua mera oggettualità e le pratiche convenzionali di conservazione dell’oggetto artistico. Ancora, processioni, oasi per riposare e scuole d’arte, ecosistemi radicati nei territori e insieme transnazionali, sono i simboli al centro della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia di Koyo Kouoh, che ha scelto di celebrare le relazioni, la pratica collaborativa che intreccia arte e responsabilità sociale. L’Occidente rischia di sbiadire nella sua ricorsa verso il profitto e il risultato: alla velocità si sostituisce la quiete. La prossima Biennale ci invita alla pausa: lo stesso titolo “In Minor Keys” della compianta Kouoh sposta l’attenzione ai lati, sui bordi, sui confini e sulle soglie. Temi quali la piantagione, l’insediamento coloniale, il disastro ambientale e la memoria geologica attraversano molte opere che vedremo a Venezia (e qui nella gallery), parallelamente, il giardino creolo e il cortile - spazi di autosufficienza nati entro condizioni di costrizione - diventano luoghi reali e metaforici di riposo, riconnessione e relazione con forme di vita non umane. Installazioni multisensoriali favoriscono la rêverie e l’incantamento, invitando a rallentare, a lasciarsi trasformare dall’esperienza. Era il disegno della curatrice, scomparsa prematuramente a maggio 2025, ereditato dal suo team con il pieno sostegno della famiglia.