Mettersi in ascolto, lasciare respiro alle sensazioni, alle emozioni suscitate da un quadro, da un manufatto che pare emerso dalle profondità sapienti di una cultura millenaria messa ai margini dalla colonizzazione, da un suono che sembra sgorgare dalla terra, dalla lettura di una delle tante poesie che accompagnano la visita nelle ordinate sale del Padiglione Centrale e lungo la magmatica bellezza del quasi infinito spazio delle Corderie all'Arsenale.
"È giunto il tempo di ascoltare le tonalità minori" diceva la curatrice Koyo Kouoh e 'In Minor Keys', il titolo della 61, Esposizione internazionale d'arte della Biennale di Venezia, in programma dal 9 maggio al 22 novembre, chiede al visitatore di abbandonare le logiche di proposte espositive fatte attraverso artisti noti al grande pubblico e di immergersi in un percorso che non ha sezioni, ma spunti, concetti generali, nuclei tematici - Altari, Processioni, Scuole, Performance - attraverso una sorta di scambio continuo di "geografie relazionali" tra i 110 artisti e collettivi, in prevalenza africani ed asiatici, chiamati a dare vita alla mostra ideata da Kouoh.
La curatrice camerunese-svizzera non ha avuto modo di vedere compiuto il frutto del suo lavoro, è morta un anno fa, il 10 maggio, ma il progetto è stato portato avanti e chiuso dal team con cui ha operato fin dagli inizi a Dakar. "Mentre noi improvvisavamo, lei componeva", ricorda di quei giorni "la squadra di Koyo" (Gabe Beckhurst Feijoo, Siddharta Mitter, Maria Helene Pereira, Rasha Salti e Rory Tsapayi). Seguendo un'immagine musicale, la mostra sembra una jazz session, dove ogni elemento è in relazione con l'altro in una dimensione inaspettata ma chiara nei temi generali: colonialismo, schiavitù, crisi ambientale, identità sessuale, rapporto dell'umanità con la natura e altro. Emozionante l'opera di Maria Magdalena Campos-Pons che è un omaggio Koyo Kouoh e a Toni Morrison, la prima donna africana a curare la Biennale Arte e la prima donna nera a vincere il Nobel per la Letteratura. È una esperienza sensoriale, carica di rimandi culturali, di conoscenze antiche, di rapidi passaggi dalle gioie e dai colori dei carnevali caraibici alle tragedie e denunce manifeste, ironiche (come i lavori di Phokela) o sottintese, che coinvolge fin dall'opera di Otobong Nkanga, nigeriano, per la facciata del Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale. Le quattro colonne sono coperte di mattoni dove sono attaccati vasi in vetro di Murano con all'interno piante che, durante i mesi d'apertura, cresceranno fino ad avvolgerle.












