VENEZIA - Due righe e mezza: «A partire dal 30 aprile 2026, noi, la giuria internazionale selezionata da Koyo Kouoh, direttrice artistica della 61ª edizione della Biennale di Venezia “In minor keys”, abbiamo rassegnato le dimissioni. Lo facciamo in ottemperanza alla nostra dichiarazione di intenti rilasciata il 22 aprile 2026». A metà pomeriggio, si è consumato così l’ennesimo strappo attorno all’Esposizione Internazionale d’Arte, determinando una situazione senza precedenti nella gloriosa storia dell’istituzione culturale. A una settimana dalla vernice, e nel pieno dell’ispezione ministeriale terminata proprio ieri, è saltata la commissione giudicatrice che non voleva valutare gli artisti di Russia e Israele, per cui Ca’ Giustinian ha annunciato che per la prima volta i leoni saranno assegnati attraverso il voto popolare, nel corso della premiazione che slitterà di sei mesi.
Il rinvio della cerimonia, come finora era capitato solo per Architettura 2021 a causa del Covid, è stato motivato dalla Biennale «in considerazione delle dimissioni», nonché «dell’eccezionalità della situazione geopolitica internazionale in corso». In realtà risulta che ancora martedì il presidente Pietrangelo Buttafuoco avesse informalmente condiviso con il Consiglio di amministrazione l’opportunità di spostare la cerimonia dal 9 maggio al 22 novembre, nel tentativo di lasciar stemperare le tensioni e magari recuperare il rapporto con il Governo. Di sicuro sul Canal Grande è stato tirato un sospiro un sollievo. Pur prendendone atto con rispetto per l’autonomia della giuria, il 23 aprile l’ente non aveva infatti condiviso la scelta di Solange Oliveira Farkas, Zoe Butt, Elvira Dyangani Ose, Marta Kuzma e Giovanna Zapperi di astenersi «dal considerare quei Paesi, i cui leader sono attualmente accusati di crimini contro l’umanità da parte della Corte penale internazionale». Appena celebrato come «un uomo libero» dal periodico newyorkese Now Voyager, infatti, Buttafuoco ha sempre difeso la partecipazione della Russia. Non a caso la Fondazione ha puntualizzato che, a fianco del premio per il miglior partecipante a “In minor keys”, la migliore partecipazione nazionale potrà essere votata fra tutti i Paesi presenti, «seguendo il principio di inclusione e di parità di trattamento», dunque pure Russia e Israele: «Ciò in coerenza con lo spirito fondativo della Biennale stessa basato sull’apertura, sul dialogo e sul rifiuto di ogni forma di chiusura e censura. La Biennale vuole e si conferma luogo della tregua in nome dell’arte, della cultura e della libertà artistica». Quindi rientrano in partita anche Mosca e Gerusalemme. E benché gli attriti principali abbiano riguardato finora il padiglione russo, a determinare le dimissioni della giuria sarebbe stato il fattore israeliano: si sarebbe profilato il rischio di un procedimento penale per discriminazione razziale basata sull’accusa di antisemitismo. Il ministro Gideon Sa'ar ha espresso ironiche «congratulazioni alla giuria» per le dimissioni.










