VENEZIA - In coda ai cancelli della Biennale - dove non si sgarra di un secondo, apertura alle 10 e le 10 effettivamente sono - e già ti vien voglia di mollare il padiglione centrale, cioè il cuore dell'esposizione pensata da Koyo Kouoh, per andare dagli austriaci. Potenza dei cartelli informativi. "Attenzione - recita quello della Biennale posto giusto all'ingresso dei Giardini -: l'installazione del Padiglione Austria prevede una performance artistica contenente nudità integrale".
Tre quarti dei visitatori, passati i tornelli, girano effettivamente a destra, ma solo perché l'evento catalizzatore di questa edizione è il contestato, chiacchierato, pubblicizzato Padiglione della Russia. E lì si fermano. Vabbè, l'Austria può attendere, in fin dei conti le nudità alla Biennale Arte non fanno più notizia, quindici anni fa Vittorio Sgarbi, che del Padiglione Italia era il curatore, aveva portato la pornostar Vittoria Risi nuda su un trono di tubi di gomma colorati. E poi, quest'anno, sessantunesima edizione dell'esposizione internazionale, a fare rumore ci hanno pensato il fato e la politica: la curatrice Koyo Kouoh scomparsa un anno prima dell'inaugurazione (e quindi non ci saranno, perché spettava a lei deciderli, i Leoni alla carriera), il lavoro portato a termine dal suo team, la lista degli artisti forse incompleta (Koyo non ha fatto in tempo a selezionare manco un italiano), la giuria che si è dimessa perché voleva escludere dai premi Russia e Israele ed è venuto fuori un putiferio, le polemiche roventi e tutt'altro che cessate sull'asse Venezia-Bruxelles-Roma per la riapertura del Padiglione di Vladimir Putin (dove, intanto, in questi quattro giorni di preapertura su invito si balla e si beve vodka, gin e nostrano prosecco).













