L’energia nucleare è in Italia un nervo scoperto sin da quando, un anno dopo l’incidente di Chernobyl, quasi quarant’anni fa, in un referendum la maggioranza degli Italiani disse no a questa fonte di produzione di energia. La settimana scorsa la camera dei deputati ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile. Causa l’approssimarsi delle elezioni politiche – temo questo sarà il principale problema allo sviluppo di un dibattito «sano» e quanto mai necessario sul tema – le forze politiche si sono divise. I partiti di governo e i centristi a favore perché il nucleare è la ricetta per risolvere i problemi del caro bollette e della dipendenza energetica del Paese, l’opposizione di sinistra (astensione di IV) contro perché il nucleare sottrarrebbe investimenti alle rinnovabili, vera carta vincente per avere energia green, economica e sicura. All’elettore medio temo passi il messaggio che il nucleare è di desta e le rinnovabili sono di sinistra. Nulla di più inutile e dannoso.
Per sminare il campo dalla politicizzazione della discussione sul «nucleare sostenibile» forse è meglio concentrarsi sull’aggettivo piuttosto che sbranarsi sul sostantivo. I Regolamenti europei, che attraverso la così detta tassonomia, determinano le attività ecosostenibili, in quanto attività che, per esempio, danno un contributo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici, determinano che il nucleare di per sé non è atto allo scopo ma lo diventa se complementare alle rinnovabili. Poiché le fonti rinnovabili da sole non sono in grado di coprire la domanda di energia in modo continuo ed affidabile, il nucleare, in quanto fonte a zero emissione di CO2, diventa giusto complemento ed in quanto tale risulta tecnologia atta a dare un contributo sostanziale alla mitigazione dei cambiamenti climatici. A queste condizioni, il nucleare è, per legislazione europea, sostenibile.









