L'approvazione alla Camera della legge delega sul nuovo nucleare rappresenta probabilmente il più importante cambio di paradigma della politica energetica italiana dagli anni Ottanta. Per la prima volta dopo decenni di rimozioni ideologiche, referendum interpretati come divieti eterni e dibattiti spesso dominati dall'emotività più che dall'analisi economica, il Parlamento torna a discutere seriamente di come garantire al Paese energia abbondante, stabile, competitiva e a basse emissioni. Non si tratta ancora della costruzione di una centrale, né di una scelta definitiva sulle tecnologie da adottare. Si tratta però di qualcosa di forse ancora più importante: il ritorno della razionalità economica in una discussione che per troppo tempo è stata affrontata come una questione identitaria.
L'Italia è oggi una delle grandi economie industriali più dipendenti dall'estero per il proprio fabbisogno energetico. Secondo i dati del Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica e di Eurostat, oltre il 70% dell'energia primaria consumata nel nostro Paese proviene da importazioni. Significa che gran parte della nostra crescita economica, della nostra competitività industriale e perfino della nostra stabilità sociale dipendono da decisioni prese altrove. La crisi energetica seguita all'invasione russa dell'Ucraina ha mostrato con brutalità quanto questa vulnerabilità possa essere costosa. Tra il 2021 e il 2023 il prezzo del gas naturale in Europa ha registrato aumenti superiori al 500% rispetto ai livelli storici, trascinando verso l'alto il costo dell'elettricità e costringendo governi e imprese a sostenere spese straordinarie per centinaia di miliardi di euro. L'Italia è stata tra i Paesi più colpiti proprio a causa della sua forte dipendenza dal gas naturale, che ancora oggi rappresenta circa il 45% della produzione elettrica nazionale.









