“Nuclearizziamoci” non è uno slogan: è un progetto di Paese. Clima, salute, geopolitica, costi e competitività sono tutti fattori che rendono il nucleare una priorità di sistema, spiega Lodovico Mazzolin

Il dibattito sull’energia nucleare torna ciclicamente ad arenarsi tra contrapposizioni ideologiche, nostalgie referendarie e promesse rinviate. Il contesto del 2026 (geopolitico, economico, sanitario) rende questo rinvio non più sostenibile.

Il costo umano che paghiamo già oggi

Il primo argomento è sanitario, non ideologico. La combustione di carbone, petrolio e gas produce polveri sottili, biossido di azoto e composti tossici che entrano direttamente nei polmoni e nel sangue. L’Oms stima oltre 7 milioni di morti premature l’anno da inquinamento da fossili nel mondo; in Italia circa 50.000 decessi prematuri, con costi sanitari misurabili in decine di miliardi di euro. Già senza entrare nel merito dell’impatto climatico, la CO₂ è un pericolo concreto e misurabile.

Le emissioni sono anche un problema economico e normativo immediato. Il Regolamento Ue 2023/857 fissa per l’Italia una riduzione del 43,7% nelle emissioni dei settori non-Ets entro il 2030 rispetto al 2005. Le proiezioni attuali mostrano un divario crescente: nel 2023 le emissioni erano già 8,2 milioni di tonnellate di CO₂eq oltre l’obiettivo. Il mancato rispetto si potrebbe tradurre, secondo Transport & Environment, in sanzioni tra 5,4 e 31 miliardi di euro.