La Camera dei Deputati, in data 4 giugno 2026, ha approvato la proposta di legge delega n. 2669, che dispone in materia di energia nucleare, invero con indubbia ampiezza di vedute, ma senza escludere, e quindi ammettendo, la reintroduzione in Italia anche del nucleare ottenuto con il metodo, rischioso e dannoso, della “fissione”. Si tratta in effetti di una ammissione che non può assolutamente essere condivisa per motivi logici e giuridici.
Dal punto di vista logico, appare evidente che detta reintroduzione non è realizzabile per varie ragioni. Innanzitutto si tratterebbe di una operazione che diverrebbe effettiva e funzionante non prima del 2035 e, considerata la grave crisi economica attuale, non si capisce come possa ritenersi conveniente impiegare le ingenti somme richieste per una finalità che sarebbe attuata non prima di una decina di anni.
In secondo luogo c’è l’insolubile problema delle scorie, i cui effetti inquinanti durano per millenni e millenni, e che, con l’andare del tempo, non si saprebbe più dove e come isolare. Infine c’è il gravissimo problema del rischio che questo tipo di nucleare comporta. E’ ben noto, infatti, anche per le esperienze vissute (si pensi a Chernobyl e a Fukushima), che le centrali nucleari a fissione implicano un rischio di danni gravissimi all’uomo e all’ambiente, producendo, per un tempo indefinibile, un inquinamento irreversibile del suolo, dell’acqua, dell’aria, delle risorse naturali. Peraltro non è da dimenticare che, quando si parla di rischio, per la legge statistica dei grandi numeri, prima o poi l’incidente si verifica.








