Lavoro

“Siamo sfruttati, invisibili, ricattabili. Con contratti precari e salari da fame. Contro di noi abusi, ricatti e molestie. Ci vogliono divisi e isolati, ma scioperiamo insieme perché siamo stanchi di un lavoro che non è riconosciuto, pagato 4 euro l’ora, dopo dieci anni di formazione e anche più”. A Largo di Torre Argentina, a Roma, a pochi passi dallo storico teatro, tra i più antichi della Capitale con i suoi quasi 300 anni di storia, a scendere in piazza sono stati i lavoratori e le lavoratrici della cultura, per un inedito sciopero generale di tutto il settore. Il primo, secondo gli organizzatori, nella storia del Paese, a cinquant’anni di distanza dall’ultima mobilitazione che coinvolse musei e biblioteche. Ma mobilitazioni e proteste sono state organizzate in tutta la penisola: da Milano a Torino, passando per Napoli, Genova, Cagliari e non solo, a fermarsi, oltre ai teatri, sono stati musei, biblioteche, archivi. A Venezia sono così rimasti chiusi alcuni padiglioni della Biennale, a Firenze l’Archivio di Stato e gli uffici amministrativi degli Uffizi; a Roma chiusi il Museo dei Fori Imperiali, call center turistico e punti informativi, con musei a postazioni ridotte.

“Il nostro contributo e la nostra professionalità sono sistematicamente sminuiti, a livello economico e giuridico, favorendo una generale condizione di precarietà, povertà e incertezza, mentre i profitti vanno nelle tasche di pochi“, hanno rivendicato nel corso dell’assemblea pubblica, alla quale hanno partecipato artisti, dipendenti del settore pubblico e privato, autonomi dello spettacolo e dell’editoria, archivisti, bibliotecari, ma anche archeologi e storici dell’arte, insieme ad associazioni e collettivi come “Mi riconosci?” e ‘Vogliamo tutt’altro‘, passando per la Fp Cgil, i sindacati di base e le Camere del lavoro autonomo e precario (Clap).