Mentre a Roma, all’Auditorium della Tecnica di Confindustria, ministri, imprenditori e rappresentanti delle principali filiere culturali discutono di politica investimenti, innovazione e competitività, nelle piazze italiane si prepara una mobilitazione che racconta l'altra faccia dello stesso settore. Da una parte gli Stati industriali della cultura, convocati per rivendicare il peso di un comparto che genera miliardi di euro; dall'altra il primo sciopero nazionale della cultura promosso da FP Cgil e NIdiL Cgil, con custodi, bibliotecari, archivisti, operatori museali, tecnici di palcoscenico e lavoratori dello spettacolo pronti a incrociare le braccia. Due appuntamenti solo apparentemente distanti, che finiscono per convergere sulla stessa domanda: quale valore attribuisce l'Italia alla cultura e a chi, ogni giorno, la rende possibile?
All'evento di Confindustria sono stati messi sul tavolo i numeri: le industrie culturali italiane rappresentano 117.793 imprese, generano un fatturato vicino ai 60 miliardi di euro e oltre 21 miliardi di valore aggiunto. Cifre che, si legge nel “manifesto” presentato durante l'incontro, testimoniano l’importanza di un comparto che mette insieme editoria, audiovisivo, musei, spettacoli dal vivo e patrimonio monumentale, con ricadute positive ben oltre il perimetro culturale, dal turismo ai servizi, dal commercio all'innovazione. Eppure, ha sottolineato Luigi Abete, presidente di Confindustria Cultura Italia, "il peso economico della cultura continua a essere sottovalutato nelle politiche pubbliche". Per questo viene chiesta "la definizione di una strategia per le industrie culturali, fondata su obiettivi chiari, strumenti adeguati e una programmazione di lungo periodo".










