La cultura non è il “petrolio d’Italia”, ma è il carburante dello sfruttamento del lavoro di chi presta la propria opera per musei, palchi e cantieri, film di animazione per Netflix e poi cinema, musica, editoria. E molto altro. La cultura si produce, come si fa con l’alluminio, anche se non viene fatta solo nelle fabbriche, ma attraverso le relazioni, il linguaggio e le percezioni, le azioni e le idee nelle catene di montaggio del lavoro culturale, che è tanto intellettuale, quanto manuale. Chi lavora con questi mezzi di produzione del corpo e della mente, e con la propria personalità, è ridotto all’invisibilità, oppure resta prigioniero del dilemma: lo faccio per passione, dunque accetto tutto lo sfruttamento del mondo. Eppure, anche nella cultura c’è la “forza lavoro”, quella che per Marx è la creazione di tutti i valori del mondo, anche di quelli capitalistici.

Sono questi i contenuti politici di lunga durata affermati dallo sciopero generale della cultura che si tiene in Italia il 12 giugno. La protesta è stata indetta dai sindacati Fp Cgil, Nidil Cgil, Adl Cobas e Clap, Usi, da Strade – traduttrici e traduttori editoriali o associazioni come Redacta e movimenti come Mi Riconosci?” Sono un professionista dei beni culturali”, Biennalocene e Campo Innocente, la rete “Vogliamo tutt’altro”, Galassia, l’Arci, gli studenti della Rete della Conoscenza e i dottorandi dell’Adi. Ci sono i lavoratori dei Musei di Aiem, Gli “artworkers” di AWi e gli artisti di Anga che si battono contro il genocidio dei palestinesi. Ci sono i lavoratori del comparto Federculture, quelli di musei, biblioteche, archivi, aree e parchi archeologici, complessi monumentali, oltre che i precari della ricerca. E poi Fondazioni lirico-sinfoniche, teatri, imprese e cooperative dello spettacolo dal vivo.