Ieri c’è stato lo sciopero dei lavoratori della cultura – biblioteche, musei, arti e spettacolo – che ha visto una grande partecipazione per contrastare la generale sottovalutazione con cui dal potere viene visto il settore: qualcosa su cui non importa investire ma da cui si può trarre profitti. Nella piattaforma compaiono due temi meritevoli di approfondimento: i tagli del governo e l’incremento di spese militari rispetto ai finanziamenti del settore cultura.

Il bilancio della cultura si aggira sui 10-12 mld, ed il governo Meloni ha annunciato tagli per oltre 190 milioni per il bilancio del Mic (ministero della cultura); ma non finisce qui, perché sono stati programmati ulteriori tagli negli anni seguenti: – 65 mln nel 2027 e – 158 mln nel 2028. Poca roba ma che indica che un settore assai incensato, e per il quale sono state sacrificate istanze importanti per i lavoratori (si pensi al governo Renzi che per bloccare le assemblee sindacali al Colosseo ha qualificato l’apertura al pubblico di musei, biblioteche, archivi, aree archeologiche e altri luoghi della cultura come servizio pubblico essenziale, soggetto alle limitazioni per legge al diritto di sciopero).

Ma il fenomeno che risulta più preoccupante è la crescente divaricazione della spesa per la cultura rispetto a quelle militari. L’Italia nel 2022 spendeva circa 11 mld per la prima e 29 mld per il comparto armi. Mentre la prima voce è restata sostanzialmente statica – anzi rispetto al pil si vede un piccolo calo – i fondi per le Forze Armate crescono fino a 45 mld nel 2025, e si prevede che arrivino a circa 64 mld nel 2026. Arriviamo così al sospirato 2% del pil che il paese aveva promesso in sede Nato. Va detto che l’aumento per ora non appare sostanziale: secondo il portale Milex un aumento di 14 mld è stato ottenuto semplicemente contabilizzando in tale percentuale spese che erano classificate in altri comparti. Ma questo genere di furberie potrà essere ripetuto visti gli ambizioni obiettivi che la Ue si sta dando? Poco probabile.