C’è un paradosso che attraversa il Mondiale 2026 che probabilmente lo trasformerà da vetrina per Trump in gogna: l’evento che dovrebbe incarnare l’apice del soft power globale arriva negli Stati Uniti proprio mentre Washington sembra aver smarrito la fiducia in quel linguaggio universale che un tempo voleva usare per parlare al mondo. United 2026 nasceva come il manifesto dell’America aperta, cooperativa e multietnica dell’era Obama, un’America che vedeva nel calcio non solo uno sport, ma un codice culturale capace di celebrare il NAFTA, l’area di libero scambio nordamericana. Eppure approda al traguardo in un Paese profondamente diverso, segnato da tensioni commerciali con Messico e Canada, da anni di dazi e revisioni muscolari degli accordi, da frizioni sul muro e da un clima di conflittualità con l’Iran che ha eroso la credibilità internazionale degli Stati Uniti.
Il risultato è un cortocircuito evidente: il torneo più globale e inclusivo del pianeta viene ospitato da un’amministrazione che non crede nel multilateralismo che aveva resa possibile l’assegnazione del Mondiale. Nel frattempo, all’interno del Paese esplodono tensioni sui costi, sulla sicurezza, sulla gestione dei flussi migratori e su una polarizzazione politica che rischia di trasformare l’evento in un catalizzatore di divisioni anziché in un momento di unità.












