di
Michele Tossani
La spettacolarizzazione dell’evento, sul quale Trump ha già messo il suo cappello, rischia di dettare la nuova direzione verso la quale si è incamminato da qualche anno lo sport più bello e conosciuto del mondo
La Trumpamerica si appresta ad ospitare il Mondiale più grande di sempre. Un torneo voluto, preparato e costruito da almeno dieci anni da Gianni Infantino, deus ex machina della Fifa. Nella sua rincorsa alla presidenza del massimo organismo calcistico, dopo la fine tumultuosa dell’era di Sepp Blatter, il dirigente italo-svizzero ha messo sul piatto della bilancia la cosa più appetibile agli occhi dei votanti per la corsa al vertice della Fifa, una nella quale il voto di Brasile, Germania o Italia (tredici titoli insieme) vale tanto quanto quello di Curaçao o Haiti: l’allargamento del numero delle partecipanti alla fase finale.Un ampliamento già proposto dall’allora presidente dell’Uefa Michel Platini (che suggeriva un format a quaranta squadre), poi superato dalle quarantotto volute da Infantino.Più squadre, più partite, maggiori introiti televisivi e pubblicità, più federazioni contente, più certezza da parte del presidente della Fifa di mantenere il suo consenso elettorale alle prossime elezioni.














