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Ogni quattro anni i Mondiali non sono solo un torneo di calcio ma un punto fermo nella memoria collettiva, una specie di calendario emotivo che attraversa le generazioni. Anche quando l’Italia non c’è, ormai sta diventando una cattiva abitudine, per gli appassionati restano le notti viste sul divano, le sveglie all’alba, le partite ricordate per sempre insieme a un luogo preciso, una persona, una sensazione. “Dove eri quando…?” è la domanda che ogni Coppa del Mondo si porta dietro, perché finisce sempre per diventare più grande del calcio stesso.
Ed è proprio per questo che l’avvicinamento ai Mondiali 2026 colpisce in modo diverso. Perché non sta raccontando soltanto l’attesa sportiva, ma anche una serie di tensioni, ostacoli e contraddizioni che rischiano di offuscare l’idea stessa di evento globale. Tra visti negati, controlli serrati, delegazioni bloccate e decisioni controverse, la sensazione è che questa Coppa del Mondo stia iniziando molto prima del primo calcio d’inizio, e non necessariamente nel modo in cui il calcio vorrebbe raccontarsi. I vertici della FIFA e gli organizzatori del torneo, che si giocherà per la prima volta su tre paesi (USA, Canada e Messico), hanno parlato per anni di festa universale fatta di incontro tra popoli e culture ma la realtà di questi ultimi mesi cozza pesantemente con questa narrazione. Non è una questione di moduli o di forma fisica, ma di controlli e decisioni politiche che stanno definendo un clima tutt'altro che piacevole intorno alla manifestazione calcistica più bella e più attesa.












