La logica dello scambio dietro al memorandum che potrebbe mettere la parola fine alla guerra in Iran. L’Iran otterrebbe un alleggerimento delle sanzioni e un graduale ritorno a margini economici meno soffocanti; gli Stati Uniti otterrebbero una de-escalation militare, la riapertura di Hormuz e un impegno politico iraniano a non correre verso la bomba. La scelta di inserire la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz “senza pedaggi”.
Lo Stretto di Hormuz è uno dei nervi principali dell’economia mondiale. Secondo la International Energy Agency, nel 2025 vi sono transitati in media circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 25% del commercio mondiale di petrolio trasportato via mare; inoltre lo stretto è cruciale anche per il gas naturale liquefatto, con quasi il 20% del commercio globale di Lng esposto a eventuali interruzioni. La stessa Eia americana ha definito Hormuz uno dei più importanti “chekpoint” energetici del pianeta. La sua riapertura riguarda prezzi, inflazione, catene logistiche e stabilità finanziaria ben oltre il Golfo.
Non sorprende, allora, che le prime reazioni dei mercati siano state sensibili.
Il dossier nucleare: la questione che resta aperta
Il punto più delicato resta quello che il memorandum, per ora, non scioglie fino in fondo. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica aveva già richiamato l’attenzione sulla necessità di piena cooperazione iraniana e, nel 2025, il Board of Governors aveva adottato una risoluzione che sottolineava l’obbligo di Teheran di chiarire le questioni ancora aperte e di collaborare con l’agenzia in modo completo e tempestivo. In parallelo, diverse ricostruzioni giornalistiche degli ultimi mesi hanno mostrato come il destino delle scorte di uranio arricchito e dei limiti all’arricchimento sia rimasto il vero nodo irrisolto di ogni trattativa.












