Teheran e Washington si avvicinano alla firma di un memorandum che nessuna delle due parti ha ancora divulgato interamente. Due paginette, dice il ministro degli esteri iraniano Araghchi. Due paginette che dovrebbero congelare le ostilità tra le parti, riaprire lo Stretto di Hormuz e aprire una finestra negoziale di sessanta giorni per affrontare i decenni di sanzioni e il programma nucleare iraniano. In breve, riportare tutto al tavolo dei negoziati che il 28 febbraio era stato interrotto dall’aggressione americano-israeliana.
Nel mezzo, le versioni contrastanti del «Memorandum di Islamabad», i veti incrociati delle rispettive fazioni interne e un Pakistan che fa da mediatore annunciando scadenze che nessuno rispetta.
Il premier pakistano Shehbaz Sharif ha detto ieri che i termini sarebbero stati definiti entro 24 ore. Poche ore dopo, il portavoce del ministero degli esteri iraniano Baghaei ha smentito tutto: la firma non avverrà domani (oggi, ndr), ha detto, aggiungendo con delicatezza che «non si può escludere» accada nei prossimi giorni. E poi ha aggiunto la frase più rivelatrice di tutte: «Data l’instabilità dell’altra parte, dobbiamo essere cauti». L’altra parte è Washington. Teheran dice apertamente di non fidarsi. E non ha tutti i torti.












