Vannacci è tutt’altro che un troglodita. È un abile tribuno che non dà voce alla realtà ma alla normalità, cioè alle cose che la maggioranza silenziosa (e borbottante) ritiene normali. Quando parla dell’emancipazione femminile con una sufficienza che rasenta il fastidio, o quando dalla Gruber afferma che i migranti vanno sottoposti a «movimentazione coatta», cioè presi per le ascelle e accompagnati all’uscita, esprime concetti impraticabili ma facilmente comprensibili, specie da chi ha paura. Mentre sostenere che le migrazioni non vanno rifiutate ma nemmeno subite - vanno governate - è un pensiero saggio e realistico, e però articolato e complesso, incompatibile col basso livello di concentrazione a cui ci stanno abituando i social.
Come i sofisti dell’antica Atene, Vannacci conosce l’arte di far diventare forte il discorso più debole. È uno straordinario semplificatore contro il quale discutere non solo è difficile ma frustrante, perché nel suo mondo al contrario gli unici fatti che vengono creduti sono quelli che confermano i pregiudizi. La realtà non riveste alcuna importanza. Non conta che gli islamici e i «woke» in Italia siano infinitamente meno che in Francia o in Gran Bretagna, né che una società di adulti senza figli e di anziani senza nipoti abbia bisogno di rinforzi per non condannarsi all’estinzione. Vannacci racconta un mondo che non esiste, o meglio che esiste solo nel «subconscio della Nazione». Il luogo da cui Mussolini diceva di avere estratto il fascismo.












