La piazza di un piccolo paese. Un personaggio stravagante, in vesti sgargianti, agita una scatoletta piena di polvere esaltandone le prodigiose virtù curative, circondato da una folla rapita. Di fronte a tale fascino a nulla valgono gli avvertimenti del farmacista del luogo.

«Un uomo giallo, magro e severo», che invita a guardarsi dall’imbroglione, intento a smerciare semplice zucchero. È un ricordo d’infanzia di Gustave le Bon, richiamato da Francesco Gallino nella sua bella Introduzione alla nuova edizione critica della Psicologia delle folle (Bollati Boringhieri 2025). Da Platone a Le Bon a Reich, si torna sempre lì: da un lato la forza magnetica di un messaggio che punta dritto all’inconscio; dall’altra la razionalità, i numeri, le statistiche, che lasciano freddo chi ha bisogno di credere e di sognare.

Il dibattito sulla patrimoniale è solo l’ultimo esempio del riproporsi di questo dilemma. Nella forma di un’aliquota dell’1% applicata a pochi milionari, converrebbe a tutti, tranne all’esiguo drappello di super-ricchi che dovrebbero pagarla. Eppure, secondo Antonio Floridia, «parlarne così è un suicidio elettorale» per via del valore emotivo di una parola «che allarma (inutilmente) una gran massa di contribuenti, a cominciare da milioni di italiani proprietari della loro casa» (manifesto, 5 giugno). Come allarmano al di là di ogni ragionevole smentita le notizie di cronaca su rapine e omicidi, nonostante i numeri più che rassicuranti delle statistiche.