Il dibattito sulla pressione fiscale si alimenta di slogan e accuse al governo, ma i dati Istat raccontano una realtà più articolata. Tra riduzioni del carico e aumento dovuto soprattutto ai contributi sociali, la lettura politica appare spesso forzata e fuorviante. Il commento di Gianfranco Polillo
“Che bisogna fare per campare!”: dice una vecchia espressione che risale alla lingua latina. Dove “campare” deriva da “campus”. Un idea di salvezza o di sostentamento. E di quest’ultima espressione si nutre ora la politica, alla continua ricerca di qualsiasi cosa possa giustificare la propria esistenza in vita. Peccato che, a volte, si vada oltre. L’individuazione di una possibile via di fuga porta, in alcuni casi, alla confusione, all’imbroglio, o alla bugia. Bugie che, com’è noto, hanno spesso le gambe corte.
Ad andare in scena questa volta è stata la levata di scudi contro il governo Meloni, responsabile di aver aumentato la pressione fiscale. In ogni talk show, in ogni dichiarazione ufficiale o meno, dentro o fuori il Parlamento, l’accusa rimbomba come “un colpo di un cannone” avrebbe detto Don Basilio, nella celebre aria, del Barbiere di Siviglia di Rossini (“La calunnia è un venticello”). Nel 2025 la pressione fiscale è aumentata dal 42,4 al 43.1%. Orrore! Il che è indubbiamente vero. Ma allora in cosa consisterebbe la nostra reprimenda?












