Abbiamo letto i 53 articoli del decreto legislativo varato dal Governo, che ambisce a fare dell'Italia il primo Paese con una normativa organica. Ma l'impianto regolatorio risulta pressoché inintellegibile. Da quel poco di comprensibile emerge l'attenzione ossessiva ai rischi (che non sono ovviamente da sottovalutare) rispetto alle opportunità, al castigo prima ancora del potenziale delitto, al bizantinismo come elemento di deterrenza. Il riflesso di una politica che sull'AI gioca in difesa. E senza mettere soldi

Aggiornato alle 12:40

La lettura dei cinquantatré articoli dello schema di decreto legislativo varato ieri dal Consiglio dei Ministri in attuazione della legge italiana sull’intelligenza artificiale, insieme a quello in materia di utilizzo dell’IA per l’attività di polizia e di responsabilità civile e penale, dovrebbe in teoria risultare rassicurante. Almeno a una prima lettura superficiale. Sono disciplinati i principali ambiti di applicazione, abbondano i sacrosanti richiami alla visione antropocentrica della tecnologia, sono previste dure sanzioni in caso di violazione della normativa europea e italiana, si dispone e coordina il lavoro di vigilanza e controllo di una miriade di autorità e agenzie, con al centro della galassia regolamentare le due autorità nazionali designate, l’Agenzia per l’Italia digitale e l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale.