La transizione verso una società integralmente digitalizzata ha imposto una revisione dei paradigmi della prossimità, se la sociologia classica, da Simmel in poi, ha interpretato l’urbanizzazione come un processo di intellettualizzazione della vita psichica, la digitalizzazione odierna rappresenta l’apice di questa deriva. Per i nativi digitali, la realtà non è più il luogo della compresenza fisica (Goffman, 2019), bensì un’estensione di un’interfaccia grafica, dove la mediazione algoritmica non si limita a facilitare la comunicazione, ma ne altera la sostanza empatica, conducendo le nuove generazioni verso un isolamento paradossale caratterizzato da iper-visibilità del Sé e invisibilità dell’Altro.Il paradosso cardine risiede nella trasformazione dell’interazione in transazione comunicativa: i social media incentivano quella che Granovetter (1973) definiva la “forza dei legami deboli” e lo fanno, ovviamente, a scapito della stabilità dei legami forti. La relazione digitale è, per sua natura, revocabile e priva di attrito. Questa “leggerezza” del legame sociale, se da un lato promette un’emancipazione dai vincoli comunitari, dall’altro priva il soggetto di quegli specchi sociali necessari per una maturazione identitaria solida. Come osservato da Bauman (2006), la connessione sostituisce la relazione: la prima è un atto tecnico che può essere interrotto con un clic, la seconda è un impegno etico che richiede la gestione del conflitto e della differenza.Indice degli argomenti