Vedere il calcio e non tifare è qualcosa di innaturale o per esteti, dandy, insomma bislacche creature del genere. Si tifa per una squadra, diffidare da chi ne tifa due, in modo quasi mai ragionato. Poi c’è la Nazionale. E quello per la Nazionale è un tifo secondario e per questo incline al nazionalismo, forte o morigerato è indifferente. Si tiene per la Nazionale, non si tifa per la Nazionale. Perché il “tifo” proviene dal greco typhos, che significa “fumo, vapore, torpore” e i medici antichi usavano questo termine per descrivere quello stato di offuscamento mentale, delirio e febbre altissima. Quella calcistica, febbre a 90. Minuti, non gradi. E sempre salvo recupero o tempi supplementari. Per una Nazionale si tiene perché non si sceglie, capita alla maniera di un padre, una madre, fratelli e sorelle.La Nazionale italiana non disputerà i Mondiali nemmeno quest’anno. Va così da un po’. Questa è la seconda estate mondiale che gli Azzurri passeranno lontani dai campi di gioco, in mezzo c’è stata quella cosa altrettanto innaturale come il vedere il calcio e non tifare che è stata la Coppa del mondo invernale in Qatar. Sarà un’estate di calcio alla tv, a volte a orari bizzarri per noi europei, orari da discoteche, club o portieri di notte. Un’estate che per alcuni sarà senza pallone. Chi al calcio non vuole invece rinunciare dovrà scegliere: tenere per qualcuno, scegliere una Nazionale con una maglia che non sarà azzurra e che non avrà il tricolore verdebiancorosso. Tenere per nessuno è impossibile. A dirlo è la scienza. “Nell’assistere a una partita di calcio, o di un altro sport di squadra, la nostra mente fa una scelta di vicinanza: sceglie da che parte stare, se sostenere una o l’altra compagine. Insomma, anche in una partita tra due squadre che non consideriamo la ‘nostra’ squadra, si attivano gli stessi circuiti cerebrali legati al senso di appartenenza che si formano nell’infanzia e che si attivano quando vediamo i colori per i quali tifiamo”, spiega al Foglio Antonello Toneutti.Toneutti è ricercatore associato a Yale, “anzi in prestito, come succede nel calcio”. E’ nel gruppo di ricerca interuniversitario che ha da pochi giorni concluso una ricerca psico-neurologica sul tifo, “tifo sportivo, non la malattia, per quanto gli effetti del tifo sul corpo e sulla mente di diverse persone sono vicini alla malattia, probabilmente l’unica malattia meravigliosa che esiste”. I risultati saranno pubblicati tra pochi mesi, ci ha però già anticipato qualcosa. “Negli sport di squadra la neutralità è impossibile. E va così perché è il nostro cervello a schierarsi, ‘accendendo’ o meno un circuito cerebrale – il ricercatore specifica di utilizzare un termine non del tutto corretto, ma facilmente comprensibile, nda – nei confronti di una delle due formazioni in campo. Questo avviene in ogni partita che vediamo. Accade soprattutto in competizioni che decidiamo con raziocinio di vedere, qualunque siano le squadre in campo”.A questi Mondiali, qualunque partita vedremo, il nostro cervello farà quindi una scelta di campo. “Per ottimizzare il suo lavoro è dunque consigliato scegliere prima, anche a caso, estraendo un nome da un sacchettino, tanto comunque lui lo farà indipendentemente”.Antonello Toneutti dice che per lui è semplice scegliere tra le 48 squadre che giocheranno ai Mondiali: “Non posso che tenere per la Svezia: mia moglie è svedese, uno dei miei figli è nato a Visby. Quindi anche se a me della Coppa del mondo frega di solito poco, non potrò non vederla”.
Anche nei Mondiali senza Italia, dovremo schierarci per qualcuno
L’imparzialità impossibile quando c’è di mezzo il calcio. "Nell’assistere a una partita di calcio, o di un altro sport di squadra, la nostra mente fa una scelta di vicinanza: sceglie da che parte stare, se sostenere una o l’altra compagine". Uno studio









