L’Italia ha smesso di chiedersi come guardare il Mondiale senza azzurri e non è una buona notizia: ci siamo abituati. In questa infinita assenza, gli stati d’animo sono stati tanti, le reazioni scioccate e coraggiose, però oggi si sa bene dove mettere il Mondiale. Sta comodo, incastrato dentro l’estate che inizia, parte del panorama, della colonna sonora, delle chiacchiere, della moda. Non della passione. Presente e lontano da sentimenti che nessuno stuzzica. Chi scopre l’evento ogni quattro anni, lo fa ancora ma lo abbina a quale locale scegliere in base al menù, alla musica offerta, dettagli legati alla partita che c’è. Invece di aspettare Canada-Italia in cerca di notizie sulla little Italy di Toronto per sentirsi dentro la sfida, si inserisce Canada-Bosnia nel calendario come sciroppo d’acero contro burek e il confronto culinario esiste in diversi comuni nostrani. Si affaccia dai post creativi su instagram. Invita alla condivisione senza coinvolgimento. Potrebbe essere una terapia da generazione zeta, è semplicemente l’evoluzione dello struggimento: tutto ciò che non viene nutrito muore. Compreso il tifo. Il mondiale made in Italy è una sagra, lo viviamo come fiera di comunità, con la selezione di birra a tema e angoli più addirittura sponsorizzati, aperti al pubblico come set di uno spot. A Milano, Adidas apre un tetto in cui sentirsi protagonisti come nel cortometraggio legato al marchio. Quello super elaborato e zeppo di facce note, con Chalamet procuratore frenetico, Yamal, Bellingham a giocare contro i re del quartiere e Messi sugli spalti a ridere con Bad Bunny: «Niente arbitri, niente regole, legge della strada». Street foot da imitare per immaginarsi altrove e street food per ricordarsi esattamente dove siamo: a mangiare tacos davanti a un maxischermo con Messico-Sudafrica. Con la musica giusta, i colori saturi e quell’aria urban, così poco da stadio, che scaccia la nostalgia. C’è ilrevival, a Torino il karaoke «Notti magiche», per esempio e c’è il giro del mondo con immaginarie sessioni ai rigori. Li segnano i piatti di origine delle seconde generazioni, che hanno anche una seconda squadra ormai, a prescindere, diventata la prima. Nel 2018, orfani devastati, siamo andati in cerca di una nazionale che ci adottasse, che ereditasse la nostra fetta di partecipazione abbandonata. In molti casi, ci siamo impegnati: seri, di fronte alla lista delle partecipanti, a calcolare i legami, le possibilità di gioire, la permanenza nel torneo. Variabili dell’asta emotiva per un fantacalcio alternativo in cui schierarsi su spalti immaginari. L’Islanda con il clap, poi diventato «geyser sound». Il Giappone che riordina gli stadi prima di lasciarli. La Colombia che si arrampica in classifica. Noi diligenti, convinti di vivere una parantesi in cui restare allenati alle visioni Mondiali, quasi in fase di accettazione, con il disagio che scendeva turno dopo turno. Ancora la Russia regalava una gioventù in fermento. Poi zittita, addomesticata, un minuto dopo l’invasione delle Pussy Riot sul campo di Mosca. Nel 2022, restare docili era impossibile, eppure il Qatar ci ha mostrato un Mondiale autunnale che era difficile ignorare, inserito in una routine lavorativa, con i ritmi della scuola e il Marocco che racconta una storia e raggiunge posizioni mai viste e il calcio in purezza di Francia-Argentina. Conquistati da neutrali, trascinati da amanti del bello, fino a quel Bisht che ci ha svegliati all’improvviso. La tunica araba appoggiata sulle spalle di Messi mentre alza la Coppa. Forse meglio non essere parte di una appropriazione. E ora di nuovo lì, stesso incrocio altro spirito. Il Mondiale è qui e ce lo teniamo, senza aggrapparci a nulla: senza nemmeno il bisogno di ignorarlo. Poteva essere una grande festa e lo sarà solo priva di palpitazioni, visioni notturne, fusi orari strambi, discussioni sulle formazioni, assetti scaramantici. Si faceva e non ce lo ricordiamo praticamente più, c’è ormai pure chi non ha proprio vissuto la modalità chiodo fisso, eppure potrebbe laurearsi in maglie vintage. Ci sono i lungo fiume del Paese trasformati in playground e sedie a sdraio con gli schemi disegnati. Nei parchi di Roma lezioni di yoga in posizione Haaland. Non tanto per rilassarsi, giusto per mettere su una posa da Mondiale festival. Rianimare il tifo sarà ancora più difficile che riabilitare la nazionale