C’è un motivo se il calcio, più di qualsiasi altro sport, ha sempre fatto gola alla politica. Una Nazionale che vince un Mondiale offre l’immagine perfetta di un Paese forte, unito, vincente. Per questo, nel corso della storia, governi di ogni colore hanno cercato di appropriarsi dei suoi successi. Ma è soprattutto il nazionalismo ad aver trovato nel pallone il suo terreno più fertile: la maglia della Nazionale diventa il simbolo di un’identità collettiva, il trionfo della patria. Il problema, per la destra contemporanea, è che quella patria nel calcio assomiglia sempre meno al racconto che essa stessa costruisce.

Questi Mondiali 2026 lo stanno mostrando con chiarezza. La polemica scatenata dall’ex premier spagnolo Mariano Rajoy, secondo cui la Francia “non ha francesi”, è stata smentita prima ancora che dalla politica, dal calcio. A rispondergli sono stati Lamine Yamal e altri giocatori spagnolí: il calcio, hanno spiegato, serve a integrare e Francia e Spagna ne sono oggi gli esempi migliori. È un paradosso che si ripete. Donald Trump ha piegato perfino la Fifa pur di avere Folarin Balogun in campo con gli Stati Uniti. Eppure, se fosse riuscito ad abolire lo ius soli, proprio Balogun non sarebbe mai stato americano.