C’è una frase che viene detta a mezza voce davanti alla tv, che gira sui social, che ripetono i politici più spregiudicati: il calcio è diventato come l’atletica, uno sport «per neri». Il Mondiale come la finale dei 100 metri olimpica. Non soltanto nove squadre africane sono arrivate ai sedicesimi; le squadre europee sono innervate dai figli dell’immigrazione. A cominciare dalla più forte, la favolosa Francia, favorita per la vittoria finale.

Questo fatto oggettivo si può affrontare in tre modi. Il primo è ignobile e inaccettabile. È quello di Eric Zemmour, capo di un partito di estrema destra dal non casuale nome di Reconquete, Riconquista; per lui e quelli come lui, il Mondiale è uno spot per le loro parole-chiave, sostituzione etnica e remigrazione. Il secondo modo è all’apparenza inattaccabile: non ce ne importa nulla del colore della pelle, basta che la squadra del nostro Paese vinca. Il terzo è forse più realistico, e più costruttivo. Non è vero che l’origine e la storia di ogni persona, calciatori compresi, non contino nulla. Anzi, sono molto importanti. E il fatto che le squadre europee siano sempre più rafforzate dai figli dell’immigrazione è un segnale incoraggiante. È una conferma: l’immigrazione, il tema che ormai domina l’agenda politica di qualsiasi Paese europeo, che decide le elezioni, che determina l’ascesa e la caduta dei leader, può essere affrontata, governata, coniugata con il bene comune. E se oggi accade nel calcio, domani può accadere nelle scuole, nella sanità, nella sicurezza.