Il presidente al quale Gianni Infantino ha appena consegnato il premio FIFA per la pace ha alzato un altro muro. Non si vede nei rendering ben pettinati del Mondiale 2026. È un muro di moduli, timbri e respingimenti silenziosi, e come tutti i muri fa il suo lavoro: divide. Decide chi può entrare alla festa e chi deve restare fuori ad ascoltare il rumore da lontano. Il calcio che si racconta come lingua universale, i Mondiali dell’inclusione, delle 48 squadre partecipanti spalmati in tre Paesi, sta inciampando pericolosamente nella grammatica delle frontiere. L’ultimo travel ban della Casa Bianca dispone che i cittadini di Senegal e Costa d’Avorio non possano entrare. Come già quelli di Haiti e Iran. I calciatori canteranno l’inno e correranno, i popoli restano a casa. I corpi passano, le voci no.
Ma il calcio vive di cori come di gol. Vive di dialetti diversi e di bandiere storte. Nella storia dei Mondiali c’è stato un gol argentino segnato con la mano per vendicarsi di una guerra con gli inglesi, c’è stata una nazionale austriaca sparita dal tabellone del 1934 per l’Anschluss, c’è stata una Jugoslavia che sentì dentro il suo spogliatoio le premesse della tragedia nei Balcani. C’è stata una partita di qualificazione giocata per finta dal Cile, con un gol segnato a porta vuota e senza avversari perché i sovietici si erano rifiutati di andare a prendere a calci un pallone dentro lo stadio dei prigionieri politici di Pinochet; un’altra fra El Salvador e Honduras fece da innesco a un conflitto fra i due paesi in crisi.







