E’ la Schlein europea, che non insegue. Svolta su Kyiv, manda un segnale al suo partito e pure fuori. Lorenzo Guerini, l’ex ministro della Difesa, in prima fila per l’Ucraina, mette agli atti: “Bene la risoluzione, è stato fatto un buon lavoro”. Benedice il documento che oggi il Pd presenterà in Aula in occasione delle comunicazioni della premier Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. Questa volta niente psicodrammi interni, al massimo qualche tensione poi rientrata. Si legge nella bozza: “L’Italia e l’Europa devono continuare a sostenere l’Ucraina, non solo sul piano umanitario, economico e militare come ha fatto finora, ma anche sul piano politico e diplomatico, reiterando la richiesta, finalmente avanzata dai principali leader europei (in assenza della presidente Meloni) e dallo stesso Zelenksy, di veri colloqui di pace”. Si fa riferimento anche all’utilizzo dei beni russi congelati. L’adesione di Kyiv all’Ue? Rappresenta una “prospettiva fondamentale”, “strategica”, su cui il governo deve impegnarsi “insieme agli altri partner europei”.Sono i passaggi di una risoluzione che alla fine soddisfa anche i riformisti, spesso critici sulla politica estera della segretaria. Assicurano i fedelissimi della segretaria che la linea è sempre stata chiara. Ma gli addii delle ultime settimane, da Gualmini a Madia e Picierno, e le voci di altre defezioni – come Gori o Delrio – evidentemente hanno contato, ribattono dalla minoranza. Il testo dem ribadisce intanto la distanza dall’alleato Giuseppe Conte, che tornerà a chiedere un’altra volta lo stop alle armi. Così da Bruxelles, dove ieri era impegnato in una iniziativa sul riarmo europeo con i giovani attivisti M5s, l’ex premier non ha potuto far altro che certificare: “Sull’Ucraina c’è una diversità di impostazione, di visione e di risoluzione dei problemi col Pd in particolare, non con Avs”. E chissà che anche di questo Schlein non abbia parlato con i due leader della sinistra-sinistra con cui si è intrattenuta per un fitto colloquio nel corridoio fumatori della Camera. Nella mozione dem, composta di 21 punti, c’è spazio per l’embargo totale per le armi da e per Israele, lo stop alla cooperazione militare. Si chiede a Meloni di adoperarsi a livello europeo per condannare e fermare i crimini di Israele in Palestina e nei territori occupati e dell’Iran. E ancora di lavorare per un Energy recovery fund e per un riarmo europeo, non nazionale. Al documento ci ha lavorato il capogruppo in Senato Francesco Boccia, di sponda con Guerini e Piero De Luca, fino alla sintesi trovata ieri mattina in una riunione. In cui, in realtà, c’è stata anche qualche scintilla tra Piero Fassino, strenuo difensore di Kyiv e Laura Boldrini che ha mostrato qualche perplessità sull’adesione dell’Ucraina, in relazione al meccanismo di veto a livello europeo.Anche sul medio oriente, sul Libano, c’è chi avrebbe voluto parole più dure in riferimento a Hezbollah. Ma alla fine tutto rientra senza grossi intoppi. Sorridono i riformisti, che possono rispondere all’attacco che ieri Bettini ha riservato loro dalle colonne del Corriere. “Quando dà patenti di incompatibilità sulla politica estera, Bettini parla di sé? Sembrerebbe di sì”, è la stoccata di Lia Quartapelle, richiamando appunto la risoluzione pro Kyiv. Nel Pd prevale dunque l’unità e in Aula oggi dovrebbero intervenire, oltre a Schlein, anche Provenzano e Fassino. Lo psicodramma è per una volta rimandato, sebbene un altro fronte interno potrebbe presto aprirsi: nelle chat dei parlamentari dem ha cominciato a rimbalzare nelle ultime ore l’art. 8 dello statuto. Prevede che sei mesi prima della scadenza del mandato del segretario (dura 4 anni), il presidente del partito convochi il congresso, nuove elezioni: Schlein è stata proclama il 12 marzo 2023, eletta qualche giorno prima. Il congresso andrebbe dunque indetto tra fine agosto e inizio settembre. Che farà Stefano Bonaccini, rimanderà? O diversamente, che tipo di contesa potrebbe essere? Ci sono ancora un paio di mesi, vero. Ma non sono molti. Così tra i dem qualcuno ha iniziato già a chiederselo.