«In coordinamento con Stati Uniti, Nato e partner del G7, e promuovendo un ruolo attivo dell’Unione europea». La formula non è solo una clausola diplomatica: è una linea di confine. Dentro c’è il metodo, fuori tutto ciò che la maggioranza considera una scorciatoia politica. È su questa impostazione che il centrodestra sta chiudendo la risoluzione che accompagnerà domani le comunicazioni di Giorgia Meloni alla vigilia del Consiglio europeo. E il punto non è solo l’Ucraina, ma chi può davvero sedersi al tavolo della pace. Nel testo, ancora in bozza, non compare alcun riferimento all’ingresso di Kiev nell’Unione europea. Una scelta che pesa quando altrove si discute di corsie preferenziali. Al suo posto, una formula che tiene insieme sostegno politico e cautela strategica: pace “giusta e duratura” nel rispetto della sovranità ucraina e continuità del sostegno a istituzioni e popolazione. Ma il cuore politico è altrove. È nel rifiuto implicito dell’architettura ristretta emersa dopo il vertice di Londra tra Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer e Volodymyr Zelensky.
Il cosiddetto formato E3 – la versione più ridotta dei Volenterosi – che a Roma viene letto come un direttorio di fatto europeo, potenzialmente alternativo alle sedi comunitarie e al perimetro G7. La reazione non è ancora esplicita (lo diverrà in Aula), ma si sedimenta nelle righe della risoluzione. E soprattutto nelle conversazioni parallele. Il primo ministro polacco Donald Tusk riferisce di un colloquio con la premier italiana: Giorgia Meloni non sarebbe «entusiasta» del formato ristretto. Anzi. A livello diplomatico non sono state ben digerite neppure le parole con cui Zelensky ieri ha provato a ricucire rispetto a chi debba rappresentare l’Europa. Il leader ucraino – dopo aver precisato che «l’Europa non può essere mediatrice con la Russia nei colloqui di pace» – ha spiegato di ritenere l’E3 una «buona variante». Anche se, ha poi precisato, «è l'Europa che deve decidere e poi proporlo a noi, e noi lo sosterremo». Un messaggio che è sintomo di una fase diplomaticamente confusa, da cui Meloni spera di emergere poggiando sul vero perno della strategia italiana: gli Stati Uniti. Nel testo della risoluzione visionato da La Stampa, Washington non è del resto un attore tra gli altri, ma la condizione di equilibrio. Coordinamento con la Nato, con il G7, e soprattutto con l’America di Donald Trump, che torna a essere variabile centrale del negoziato. Senza questo perimetro, la pace non è considerata né credibile né stabile.













