La riforma dei porti è approdata alla Camera ma la sua attuazione non è affatto scontata. Il progetto del ministro alle infrastrutture Salvini e del suo vice Rixi di depotenziare le 16 Autorità portuali e centralizzare la gestione degli scali marittimi in una nuova authority, la Porti d’Italia spa, si scontra con la mancanza di risorse e gli ostacoli burocratici.

Il capitale iniziale di 500 milioni, previsto nel testo uscito a dicembre dal consiglio dei ministri, è stato già ridotto a 10 milioni e i conti non tornano. Da una parte le Autorità portuali dovranno continuare a occuparsi della manutenzione ordinaria, dall’altra dovranno trasferire alla Porti d’Italia il 25% degli introiti sulle tasse per oltre 80 milioni di euro annui e una parte di personale per altri 40 milioni.

Anziché semplificare, la riforma rischia di creare il caos tra sovrapposizioni di competenze e impoverimento delle Ap. Gli investimenti sui territori sarebbero penalizzati per favorire i profitti della nuova società per azioni, che dovrà occuparsi anche di promozione operando in regime di mercato. Intanto i tempi di approvazione si allungano. L’obiettivo di Rixi e Salvini, che vorrebbero approvare la riforma entro fine anno, è sempre più difficile. Prima si è messa di traverso la Ragioneria di Stato che ha contestato la dotazione finanziaria, poi c’è stato un imprevisto cambio di relatore. Il ruolo era stato affidato al deputato leghista Domenico Furgiuele che però è passato con Vannacci, costringendo il Carroccio a passare il compito a Elena Maccanti.