In ordine sparso, almeno finora, il centrosinistra e il sindacato cominciano a riflettere sull’esigenza di porre rimedio a una riforma portuale su cui contenuti nessuno ha certezza. Si sa che il ministro Salvini intende portarla in consiglio dei ministri come disegno di legge entro fine anno per arrivare alla legge a fine 2026, lasciando il 2027 alla campagna elettorale. Il fatto che il testo arrivi sotto forma di ddl lascia intendere che i margini di manovra e di correzione siano ampi. Ma fino a che punto la maggioranza cederà sull’impianto cardine, cioè la nascita della Porti d’Italia spa, il vertice di una piramide che deciderà le sorti di ogni scalo gestendo direttamente la realizzazione delle grandi opere? La società partirà con una dotazione patrimoniale iniziale di 500 milioni e una provvista annua garantita dalle authority costrette a cedere quote dei canoni concessori e delle tasse portuali. Il rischio che questi enti finiscano per essere svuotati allarma trasversalmente la portualità. Non è un caso che al convegno organizzato da Officine Sampierdarenesi al Club dei Carbonai la sintonia fra i soggetti chiamati al tavolo sia stata evidente. Critiche, dubbi, riserve non solo dai rappresentanti sindacali, solleciti con il console della Culmv Antonio Benvenuti nel rimarcare il fragoroso silenzio sulla parte legata al lavoro, ma anche da professori e avvocati come Davide Maresca, docente di Diritto della Concorrenza, e Gian Enzo Duci, già a capo di Federagenti, per chiudere con l’ex dg Assiterminal Luigi Robba. L’impressione è che a dettare le regole, più dei Trasporti, sia il Mef con una visione finanziaria di una portualità più utile a spostare risorse da una casella all’altra che a riscrivere le norme di scali chiamati a essere piattaforme logistiche.