Il viceministro: "Non tengo bloccato mezzo miliardo". Legalità nei cantieri, Piacente: "Bisogna prevenire". Marco Nani (A.I.Ferr.): "Dare più ascolto alle Pmi"

Follow the money. Finché ce n’è. Ed è questa la parte più difficile del ragionamento politico. Perché nella riforma dei porti che il governo si prepara a portare in Parlamento (previsione di completamento entro la fine della legislatura) il nodo vero non è soltanto la governance, né il destino di Porti d’Italia Spa, ma la capacità dello Stato di reggere contemporaneamente tre pressioni: crisi geopolitica, esplosione dei costi delle opere e necessità di non fermare i cantieri.

«I famosi 500 milioni inizialmente ipotizzati per la nuova società pubblica dei porti non sono spariti: semplicemente, è cambiato il mondo. E soprattutto è cambiata la priorità» dice il padre del testo, Edoardo Rixi che pochi minuti prima ha ammesso le sue preoccupazioni alla platea del convengo organizzato dall’associazione delle imprese ferroviarie A.I.Ferr.

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