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La “Porti d’Italia Spa” rischia di essere il braccio armato dei poteri forti del Centro-Nord, quelli che guardano esclusivamente agli investimenti sugli scali di Genova, da un lato, e di Trieste dall’altro. Un’Autorità di sistema, come quella dello Stretto, ha tutto da perdere da un riforma che, nel centralizzare la governance dell’intero sistema portuale italiano, è destinata a svuotare di poteri e di risorse l’Ente di via Vittorio Emanuele, che gestisce non solo il porto di Messina, ma anche quelli di Milazzo, Villa San Giovanni e Reggio Calabria. Un’Autorità che ha i bilanci in attivo e che dovrà versare il 25 per cento delle proprie entrate alla nuova Spa, senza più poter intervenire sulle scelte strategiche e sulle priorità degli investimenti infrastrutturali, che saranno materia di esclusiva competenza della “Porti d’Italia”.
È un tema cruciale per una città-porto come Messina ed è importante che venga affrontato in tutte le sedi possibili, nel momento in cui si sta svolgendo il dibattito parlamentare, prima che il disegno di legge voluto fortemente dal ministro Salvini e dal suo vice Edoardo Rixi, venga votato dalla Camera e dal Senato.
Ieri ci sono state le audizioni, davanti alla Commissione Trasporti di Montecitorio, dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali di categoria. E la Cgil ha consegnato agli un lungo documento nel quale vengono evidenziati i punti di criticità della riforma.








