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Qualcuno, in Commissione Trasporti, a Montecitorio, ha “profetizzato”: «Questa riforma non andrà... in porto». In effetti, il Governo non aveva calcolato la “resistenza” dei territori a un disegno mai così “centralista” – di fatto le scelte strategiche e le opere infrastrutturali previste in ogni singolo ambito portuale vengono decise dalla nuova Spa “Porti d’Italia” voluta fortemente dal ministro Matteo Salvini e dal suo vice Edoardo Rixi – e probabilmente neppure aveva considerato la possibilità di uno “stop” imposto dall’Europa. E, invece, ora il disegno di legge sulla nuova “governance” dei porti italiani si trova davanti il muro dell’Unione europea, in particolare della Direzione generale della Concorrenza che ha trasmesso al Mit una lettera con la quale si evidenziano le criticità e le possibili violazioni delle norme comunitarie. Ma andiamo con ordine.

L’attuale discussione davanti alla Commissione Trasporti della Camera si chiuderà il prossimo 28 luglio, quando scadrà il termine ultimo per la presentazione degli emendamenti. Sei giorni prima, cioè il 22 luglio, si riunirà – in colpevole ritardo – la Conferenza delle Regioni, mentre ancora non sono stati convocati i sindaci dei territori coinvolti (a chiedere di poter dire la propria, nella sua veste di sindaco metropolitano di Messina, è stato nelle scorse settimane Federico Basile, e poi si sono accodati altri sindaci).