Il governo ha presentato alle camere il testo sulla riforma portuale. Un settore che risente dello stato di incertezza generale e, soprattutto, della tendenziale stagnazione di produzioni e consumi del paese.
Quest’ultima contribuisce a determinare un eccesso di offerta di banchine nei porti italiani. Nel testo appare implicitamente chiaro il difetto principale del settore: intrinseca frammentazione che si trasforma in una sterile competizione localista, da scalo a scalo, dove spesso il pesce grande mangia quello piccolo.
Cuore della proposta del governo così diventa la costituzione di un nuovo «Ente» pubblico unico «per le infrastrutture» chiamato «Porti d’Italia-Società per Azioni» (Pd’I-SpA). Un Ente che, perlomeno al momento dell’avvio, sarà interamente a capitale pubblico, ma in quanto SpA potenzialmente scalabile. Il 15/25% delle entrate delle attuali Autorità di sistema portuali, frutto di tasse di ancoraggio, tasse sulle merci e canoni autorizzativi, saranno dirottati verso la Pd’I. A ciò dovrebbero essere aggiunti introiti da presunte attività svolte sul mercato e persino all’estero.
Come quelle provenienti da una società collegata di costruzioni edili per la realizzazione di infrastrutture. Ambito posizionato sul labile confine tra pubblico e privato. Quindi si sottraggono risorse alle Autorità locali preesistenti per riversarle in una Ente i cui confini delle competenze tra differenti livelli istituzionali non sono chiari. A riprova dell’indeterminatezza della missione c’è stato il passaggio di capitale sociale dell’Ente da 500 a soli 10 milioni. Ragioni contabili sulle competenze degli avanzi di bilancio delle Autorità portuali esistenti, in un primo momento ritenuti utilizzabili, hanno indotto la Ragioneria dello Stato a dichiararli indisponibili in quanto facenti già parte del Bilancio consolidato dello Stato.









