«Ho un sogno: arrivare a Beirut in macchina – ha ribadito ieri su X il presidente israeliano Isaac Herzog – Un sogno che può diventare realtà se l’avvenire del Libano è determinato a Beirut e non a Tehran». Gli israeliani sono però già entrati in Libano e avanzano coi blindati e i carri armati e non in macchina.

Il 20 aprile scorso Tel Aviv ha stabilito in Libano la Linea Gialla, fascia di una decina di chilometri lungo il confine sud e sud-est che l’esercito israeliano occupa e nella quale i cittadini libanesi non possono più accedere, tanto meno tornare alle proprie abitazioni, nel caso fossero ancora in piedi.

IL PREMIER ISRAELIANO Benjamin Netanyahu si è rivolto ieri ai libanesi con un appello: «Unitevi a Israele» contro Hezbollah. La linea che Tel Aviv tenta di far passare è di un paese «preso in ostaggio» da Hezbollah e che le forze israeliane starebbero liberando.

Non si capisce perché questa liberazione debba passare per la distruzione sistematica di interi villaggi, per bombardamenti al fosforo bianco e al glifosato – come documentano Unifil, Amnesty, il governo libanese e altre organizzazioni non governative – e la cancellazione di qualunque traccia di civilizzazione, procedendo con una dottrina del tutto simile a quella utilizzata a Khan Younis, a Gaza. E tutto mentre ministri israeliani come Smotrich (finanze) e Cohen (energia) parlano senza fronzoli di annessione del sud del Libano – nel quale abbonda l’acqua, che scarseggia invece nel nord di Israele – e non di visite turistiche.