In Gran Bretagna, il McDonald’s dell’odio razziale – che ormai ha aperto una filiale in ogni città occidentale – non poteva chiedere di meglio. Le raccapriccianti immagini dell’ultimo episodio di violenza accaduto lunedì sera nella zona Nord di Belfast – il quarantenne Stephen Ogilvie furiosamente accoltellato da un trentenne sudanese richiedente asilo, poi arrestato – arrivano a (troppo) stretto giro da quelle di Southampton, in cui il giovane Henry Nowak era stato accoltellato dal coetaneo Vickrum Digwa, cittadino inglese ma di origini indiane, e lasciato morire per un catastrofico errore della polizia.

PEGGIO che a Southampton, dove c’erano stati scontri con la polizia, drappelli di “patrioti” – leggi orchi inferociti – hanno scatenato martedì una raffica di pogrom indiscriminati contro le case e i negozietti degli immigrati, incendiandoli assieme ad automobili, autobus e cassonetti, investendo di violenza una città già offesa da secoli di settarismo religioso e dando un nuova, spaventosa dimensione “civile” alla pulizia etnica. Come a Southampton – e in altri casi precedenti – il liquame dell’odio fluiva lungo le solite condotte digitali: Telegram, X, Facebook. Già nel recente passato altre fiammate di violenza erano state scatenate dal propagarsi di notizie circa vere o presunte violenze ai danni di giovani donne “europee” la cui difesa i “manifestanti” usavano per come salvacondotto per le loro aggressioni, solo perché poco dopo saltasse fuori che buona parte di loro avevano precedenti di violenza domestica.