Proprio come a Epping un anno fa, alcuni rivoltosi di Belfast puntano un albergo che ospita migranti. Nella seconda notte di proteste, scoppiate dopo il tentato omicidio a sangue freddo di un quarantenne britannico per mano di un rifugiato sudanese, si sono radunati in 300. Meno numerosi rispetto al giorno prima, ma comunque con le intenzioni chiare. Abiti scuri e volto coperto, prima hanno incendiato un camion, poi hanno lanciato mattoni e molotov contro gli agenti della polizia. Si sono protetti con quel che trovavano: recinzioni da giardino, bidoni della spazzatura, pneumatici. Gli hanno dato fuoco, mettendosi al riparo dietro le fiamme. A spegnerle sono stati i cannoni ad acqua utilizzati dalle forze dell’ordine per disperdere la folla e riportare una parvenza di normalità. Nel mezzo delle due barricate c’era una signora anziana, seduta alla fermata dell’autobus, del tutto impassibile rispetto a ciò che le succedeva intorno. Si è giusto tirata su il cappuccio per proteggersi dall’acqua, continuando come nulla fosse. “Ha detto che non si muoverà”, spiega un’altra donna. Il motivo della sua noncuranza va ritrovato nel passato più oscuro dell’Irlanda del Nord: “Ha vissuto i Troubles”.