TRENTO. Dopo il gesto di Antonino Calì, che il 2 giugno in piazza Duomo ha restituito le onorificenze ricevute, un altro caso di sfratto dagli alloggi destinati alle forze dell’ordine arriva a scuotere Trento. La vicenda riguarda Elda Tava, quasi ottantenne, vedova di Bruno Innocenti, assistente capo della polizia morto nel 2004 e riconosciuto come vittima del dovere.Alla donna è stata notificata il 23 aprile una lettera del questore con l’intimazione a lasciare l’abitazione entro il 6 luglio. In quella casa, a Ravina, vive da 43 anni. «Ci hanno detto che ci cambiano la serratura ma io non ho nessuna intenzione di andarmene. Ho investito parecchi soldi in questa casa», racconta Tava, che nel frattempo si è rivolta all’avvocato Paolo Mazzoni.Il legale ha scritto al ministero dell’Interno chiedendo di tenere conto dell’età della donna, del suo status di familiare di una vittima del dovere e del legame con l’abitazione in cui ha vissuto con il marito fino alla sua morte. «Il precedente questore mi aveva rassicurato che non sarebbe successo niente. Ora, dopo la lettera, ho provato a parlare con il nuovo questore, ma dal ministero non stanno arrivando risposte», dice ancora la vedova.La storia di Bruno Innocenti risale al 9 dicembre 1980. Quella sera, mentre stava arrestando un pregiudicato in piazza Dante, venne colpito con calci e pugni. L’aggressione lo rese invalido, lo costrinse a numerosi interventi e contribuì alla morte avvenuta oltre 23 anni dopo. In questura a Trento gli è stata intitolata un’aula studio e ogni anno la famiglia riceve un telegramma di vicinanza dalla polizia. Ora la vedova chiede che quel sacrificio non venga dimenticato: «Non mi arrendo. Fino a quando potrò rimarrò in questa casa».