Ha rischiato di non prendere nemmeno un centesimo di indennità. Eppure il referto che aveva in mano parlava di un’invalidità al 39% a seguito di un incidente domestico. Una caduta (rovinosa) per tutto il soggiorno di casa; lei lì, che urta per sbaglio un bracciolo del divano, è il settembre del 2021, che finisce gambe all’aria con in mano un cesto di panni umidi (sta andando verso l’asciugatrice del ripostiglio), che chiama l’ambulanza e, all’ospedale, subisce pure un intervento dato che si è rotta il femore. Questa signora, sessantenne, casalinga da sempre, di Trento, assicurata come prevede la legge dal 2001, che rimane suo malgrado impigliata in un caso giuridico, corsi e ricorsi, per via di un banalissimo errore sui documenti (dalla cartella clinica risulta che fosse seduta sul sofà, macché: stava lavorando), quasi cinque anni da quell’infortunio che le ha cambiato la vita, da allora non è più stata la stessa cosa, l’operazione, la degenza, le visite ortopediche, il girello, i mesi di riabilitazione e, adesso, finalmente, il calvario archiviato almeno sul piano processuale, la prospettiva di rifarsi delle spese legali (3.500 euro per le consulenze e 4.600 per il giudizio) e con una rendita vitalizia da infortunio domestico a carico dell’Inail.